Quando nasce un’idea e in che modo si sviluppa? Nell’immaginario comune l’inizio di un progetto è spesso associato a un’illuminazione improvvisa, a una scintilla che illumina il cammino o all’estro di un singolo.
Nella vita reale, invece, l’idea e l’intuito hanno bisogno di essere alimentati dalla conoscenza e dall’allenamento della pratica quotidiana.
Far crescere un’idea richiede molto lavoro che in apparenza sembra aver poco a che fare con la creatività ed è meno poetico di quello che si pensa.
Quando qualcuno ci dice: “Ho avuto un’idea!”
Noi:
Ogni idea ha un problema intrinseco: è una sola e chi ve la racconta ne è innamorato. Sia da narratori che da ascoltatori, dobbiamo quindi guardare l’idea con un obiettivo grandangolare, che permetta di osservarla e valutarla da tutte le prospettive possibili e immaginabili.
Solo così possiamo allargare il ragionamento e approfondire quello che ancora non sappiamo. La scintilla iniziale va alimentata e sviluppata: per dare sostanza all’idea c’è bisogno di inserirla in un contesto, farla crescere, creare connessioni e strutturarla.
In più, siamo convinti di una cosa: quella che all’inizio sembra una buona idea, a volte è solo un’intuizione e troppo spesso è già una soluzione, ma non è così semplice: viviamo in un mondo sempre più complesso e non possiamo permetterci di sbagliare progetto per non aver avuto il giusto approccio all’idea iniziale.
Sbagliare non è poi così difficile, è successo e succederà, cerchiamo sempre di ricordare alcuni casi importanti da cui è possibile trarre qualche insegnamento.
Iniziamo con questo progetto disegnato da Fuse Project, studio internazionale che vanta collaborazioni di alto livello, premi internazionali e progetti di un certo impatto.
Juicero, era una start-up nata nel 2015 che voleva rivoluzionare il mercato delle spremute e degli estratti di frutta tramite “capsule” preconfezionate da spremere a casa.
Il progetto aveva molti finanziatori, tra cui Google e Campbell Soup Company, ma ben presto si rivelò un flop e nel 2017 il prodotto venne ritirato dal mercato.
Perché ha fallito?
Il problema principale riguardava l’idea in sé, quella di risolvere un problema non rilevante all’utente, complicando una cosa semplice come bere una spremuta.
Inoltre, altri fattori hanno giocato a sfavore della start-up:
Gli utenti iniziarono a utilizzare sempre meno il prodotto: in un primo momento schiacciarono le buste con le mani, perché più semplice e veloce, e infine abbandonarono l’idea della spremuta in busta a favore di altri dispositivi, come gli estrattori di frutta e verdura che si stavano diffondendo nello stesso periodo.
Cosa ci ha insegnato?
Il design ha il ruolo di trovare soluzioni semplici a problemi complessi e si deve interrogare sull’utilità di ciò che progetta.
Se vuoi approfondire, ecco il link:
https://www.ilpost.it/2017/09/02/juicero-startup-spremifrutta-chiusa/
I Google Glass erano degli occhiali smart con controllo vocale, che mostravano informazioni nell’area visibile dall’utente.
Perchè hanno fallito?
Per una serie di motivi:
Cosa ci hanno insegnato?
La tecnologia disponibile che insegue problemi potenziali è spesso una strada fallimentare. Un prodotto non andrebbe realizzato solo perché fattibile a livello tecnologico , ma andrebbe fatto solo se si trova qualcuno disposto a pagare per quella soluzione.
Fun fact: puoi trovare i Glass e altri progetti abbandonati da Google sul sito Killed by Google
https://killedbygoogle.com/
Qui, invece, trovi il video con il punto di vista di uno che ne sa: https://www.youtube.com/watch?v=lMHbAt3GVog
Come dimenticarle: TV che portavano la profondità della terza dimensione nelle nostre case. Tutti i più grandi produttori realizzarono il loro modello, spesso erano da guardare con degli occhiali appositi e solo alcuni rendevano bene il 3D anche ad occhio nudo.
Perchè hanno fallito?
Gli occhiali avevano un aspetto molto cheap, potevano causare mal di testa e affaticamento agli occhi. Inoltre, al lancio non c’erano ancora molti contenuti dedicati al 3D.
Cosa ci hanno insegnato?
L’esperienza di un prodotto può essere rovinata dal più piccolo touchpoint, come gli occhiali, trattati in modo troppo marginale per l’impatto che hanno avuto nel decretare il fallimento del prodotto stesso. Inoltre, aggiungere passaggi non è mai una buona idea, perché l’utente si aspetta di fare meno e meglio.
Tutti questi celebri esempi ci hanno insegnato che è molto facile sbagliare. Ma abbiamo la possibilità di diminuire le possibilità di fallimento seguendo il processo di design che, nonostante non sia una semplice ricetta, non può mancare di tre ingredienti fondamentali:
1- L’ascolto: necessario per mettersi a disposizione degli attori coinvolti nel progetto e per assorbire più informazioni possibili.
Alert: chi parla troppo ha un segreto da nascondere!
2- Il prototipo: utile per dare concretezza alle proposte realizzate e portare i disegni nel mondo reale.
Tips: nel dubbio fai un prototipo, anche brutto (ne parliamo meglio nell’articolo MVP: come accelerare lo sviluppo e ridurre i costi dei prodotti digitali)
3- Il test: fondamentale per raccogliere feedback e consigli per aggiustare alcune caratteristiche del progetto.
Tips: testa le soluzioni il prima possibile. La soluzione deve essere giusta prima di diventare perfetta!
Il processo di design che applichiamo in Rawr è flessibile, si adegua alla diversa natura dei progetti e ci aiuta a tenere alta la qualità. È il frutto di anni di esperienza e sperimentazione in un mix di diversi approcci studiati e applicati, dal primissimo Riso Verde di Bruno Munari al più noto Design Thinking, passando da tecniche di Design Sprint e riferimenti al Service Design.
In “Da cosa nasce cosa”, un libro che consigliamo a tutti, creativi e non, Bruno Munari racconta come la soluzione non nasca direttamente da un problema, bensì da come viene analizzato e definito dal designer stesso fino a smontarlo nelle sue componenti. Per raccontarlo usa l’esempio del Riso Verde.
Il Design Thinking, che viene associato al Double Diamond, è una metodologia molto più famosa del Riso Verde. È di origine anglosassone e viene diffusa dai padri dell’Interaction Design, David Kelley e Tim Brown, fondatori di IDEO, uno dei più importanti studi di design sulla scena internazionale.
Le due rappresentazioni hanno molti elementi in comune, tra cui uno che non si vede: anche se rappresentati seguendo una linea orizzontale o verticale, i processi di progettazione non sono mai lineari.
Il design è molto più di una serie di passaggi sequenziali: è un processo dinamico, che si snoda attraverso varie tappe. Per gestire questa complessità, suddividiamo il processo creativo in tre parti principali, ciascuna con i suoi passaggi chiave.
Partiamo sempre facendo un sacco di domande che ci permettono di raccogliere velocemente una serie di informazioni e proporre il percorso progettuale più efficace.
In questa fase esplorativa cerchiamo di guardare tutto con occhi puliti da ogni preconcetto. Diventiamo avidi osservatori, instancabili studiosi e pignoli analisti: scrutiamo l’azienda dentro e fuori, con la stessa curiosità che abbiamo quando andiamo alla scoperta di una nuova città.
— Analisi
Definiamo i limiti del progetto ascoltando le esigenze degli stakeholder interni ed esterni all’organizzazione. Organizziamo workshop di condivisione per raccogliere tutte le informazioni necessarie ad avviare il progetto.
— Ricerca
Analizziamo dati quantitativi e qualitativi in riferimento al mercato e ai competitor. Studiamo i trend sociali, tecnologici e ambientali per capire come possono impattare sul progetto, sull’utente e tutti gli attori coinvolti.
— Sintesi
Interpretiamo la ricerca tramite i dati raccolti, individuiamo i pattern ricorrenti e gli insight di progetto ed evidenziamo eventuali punti critici.
Siamo dei designer e quindi progettiamo per dare vita alle idee del cliente: questa è la parte visibile, la più facile da raccontare perché legata al saper fare. Qui risiede gran parte della creatività, che ci permette di interpretare i dati raccolti, di unire tutti i puntini per rispondere in modo adeguato agli obiettivi del progetto definiti nella fase precedente.
— Ideazione
In questa fase divergente e creativa, valutiamo, selezioniamo e trasformiamo tutte le informazioni raccolte in spunti creativi e applicazioni evidenti. Facilitiamo workshop di co-creazione per trasformare tutti i partecipanti in designer, anche se solo per breve tempo.
— Definizione
Definiamo la versione migliore del concept e la sviluppiamo nei dettagli, in collaborazione con il partner tecnico. Implementiamo le soluzioni tecniche e adeguiamo ulteriormente il design.
— Validazione
Realizziamo prototipi funzionanti di una o più soluzioni progettate. Raccogliamo feedback da utenti e stakeholder e li applichiamo velocemente alla soluzione per aggiornarla nel più breve tempo.
Integriamo il supporto all’azienda e ai partner tecnologici negli aggiornamenti e nella raccolta continua di feedback, che trasformiamo in modifiche migliorative applicate sia prima che dopo il lancio del prodotto.
Da questo processo è facile intuire come il nostro lavoro sia trasversale e tocchi più reparti, dentro e fuori dall’azienda. Per noi il progetto deve rispettare tutti gli attori e il nostro ruolo è quello di orchestrare i feedback di tutti, dalla dirigenza alla ricerca e sviluppo, dal marketing ai commerciali fino agli stakeholder esterni coinvolti durante l’intera durata del progetto.
Ecco cosa succede quando ci viene raccontata un’idea: nella nostra testa inizia a figurarsi un lungo percorso composto da molte tappe - quelle che abbiamo elencato sopra - e molte domande.
L’idea è preziosa ma è un elemento grezzo, è il punto di partenza del processo e ha bisogno di essere nutrita e sviluppata tramite le tre fasi:
E adesso, raccontaci la tua idea!
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